Accade che la nostra mente sia invasa da pensieri che non ci piacciono; eppure sono così forti che si impongono. Stanno lì, nella mente e finiscono col disturbare ed anche di molto la vita quotidiana. Ci sono persone che faticano a distaccarsi da idee e pensieri che li tormentano. Ne sono ossessionati: possono sentirsi talmente a disagio se non si sottomettono a quei pensieri ed a quelle idee da non riuscire a sottrarvisi nonostante loro stessi, casomai in momenti più rilassati, li riconoscano come strani, persino assurdi. Quei pensieri disturbanti diventano occupanti della mente con grande danno alla libertà personale. Idee e pensieri difficili da mettere a tacere. Ma per questo scopo esistono tutta una serie di tecniche che sono finalizzate a sedare quei tormenti.
Altre strade possono portare la mente dell’individuo a sentirsi schiacciata, in gabbia.
Crescendo ci si costruiscono delle strategie per affrontare le prove cui la vita ci sottopone, sono i meccanismi difensivi che ci predispongono a far fronte alle situazioni. Anche essi, una volta costruiti, sono difficili da abbandonare.
Senza di essi il nostro sistema psichico salterebbe o risulterebbe scosso dalle situazioni impreviste; l’attacco ai sistemi di difesa potrebbe finanche provocare uno stato di marasma emotivo. Tuttavia a volte i sistemi di difesa sono molto rigidi e, si sa, il mondo non dipende da noi , perciò avremmo invece bisogno di avere una certa flessibilità per adattarci meglio.
Altra “gabbia” che ci costruiamo (e che ci costruisce l’educazione che riceviamo) sono le abitudini: ci danno sicurezza ma a volte ostacolano la libera espressione individuale.
Il processo mentale segue così uno svolgimento preordinato dagli atteggiamenti mentali (le inclinazioni) acquisiti. Non è detto che seguendoli il soggetto realizzi il suo benessere; pur tuttavia egli finisce con il ricorrere ad essi senza potersene liberare. Questioni aperte dalle neuroscienze mettono in discussione il libero arbitrio; indipendentemente da ciò idee ossessive, sistemi difensivi ed abitudini possono formare un castello che è al contempo ciò che il soggetto sa esprimere e la “gabbia” di cui è vittima. Sacrifica la speranza, che forse non ha neppure più, di puntare al proprio benessere ma si ripara, evitandole, da soluzioni che egli avverte, di norma inconsapevolmente, come mali peggiori della “gabbia” stessa.
Tra i vari automatismi abitudinari ce ne sono certi che non influiscono sulla nostra organizzazione psichica mentre altri invece sì. Così non si può dire delle strutture difensive: esse entrano sempre in ballo nell’attualizzare o nell’inibire determinate attività mentali e le relative condotte. Si pensi ad esempio a certi atteggiamenti stereotipi o a certi comportamenti ritualizzati che talune persone hanno. Queste persone “debbono” avere quel comportamento altrimenti non si sentono bene ed entrano in crisi.
Non basta certo osservare quanti vincoli costringano l’individuo per gettarli via e sentirsi finalmente bene con sé stessi e liberi. Ci si rende perciò facilmente conto che cambiare non è affatto facile; può voler dire smettere di fare e di pensare cose che se non si fanno o non si pensano non si sta bene. L’essere umano ricerca l’adattamento cioè l’esercizio ripetuto di azioni o pensieri: quelli che lo hanno gratificato. La risperimentazione diviene rassicurazione: si formano codici che garantiscono l’individuo. Ecco perché il cambiamento è spesso angoscioso: vuole infatti dire abbandonare una modalità che almeno per un certo periodo della vita è stata rassicurante.
Si pensi agli atteggiamenti ossessivi che spesso corrispondono a personalità rigide ed autoritarie; non conta che a volte siano molto competitive, ipercritiche verso gli altri ed impietose con sé stessi. Di solito si è in presenza di personalità minate nel profondo da un senso di insicurezza personale: allora lo schema di pensiero ossessivo ripara dalla presa di coscienza, che si teme deprimente, delle personali insufficienze.
Cambiare allora non è per niente semplice e “salire verso cieli di maggiore libertà” non è, inizialmente, una cosa nè normale nè piacevole. Allo stesso modo si pensi anche a certe abitudini. Ci sono certe cose che facciamo per abitudine ma non possiamo dire che ne siamo soddisfatti? Se ci facciamo un esame di coscienza probabilmente ci rendiamo conto che diverse abitudini non ci soddisfano tanto e pur tuttavia le trasciniamo nel tempo, inscalfibili; attorno ad esse si è consolidato un sistema di vita personale e, non meno importante, altrui.
Sì, altrui: chi si ha attorno impara a conoscerci e ad interagire per come siamo organizzati. Sarebbe meglio dire, per come percepisce che siamo organizzati, che non è una piccola differenza giacché implica uno scarto fra come si è davvero, nel profondo, e come si viene percepiti. Tornerò su questa “distanza” in un’altra occasione: qui rimaniamo centrati sulla lotta interna di ogni individuo fra l’esprimersi liberamente e le “gabbie” che si costruisce.
Ogni cambiamento è il frutto di un bilancio vantaggioso dei motivi per cambiare rispetto a quelli per mantenere lo status quo. Nel bilancio, di solito inconsapevole, che viene attuato per valutare se fare un cambiamento rientra anche l’elemento rappresentato dall’Altro: quello significativo per sè.
E’ interessante notare che dai cambiamenti degli individui anche gli altri che appartengono al loro mondo significativo sono spronati a cambiare: in fondo ognuno vive immerso nel mondo ed in relazione con l’Altro. Non esiste infatti l’Io individuale senza il Tu. C’era un tale affranto dalla relazione con una compagna depressa: sempre in casa afflitta da paure e fobie. La spaventava uscire, incontrare altri, andare in luoghi affollati. Aveva avuto acute crisi e poco alla volta si era ritirata tra le più rassicuranti mura domestiche. Non le rimaneva che bere. Allora lui la portò. La signora cambiò: riprese fiducia, iniziò a curarsi le rinacque la voglia di vivere. Accadde che lui, anziché gioire di una moglie rifiorita, ne divenne terribilmente geloso e cominciò a tormentarla. Alla fine lei dovette andarsene, lui era diventato il suo stalker da cui prendere le distanze.
Questo è solo uno dei tantissimi esempi che dimostrano come il cambiamento individuale abbia profonde ripercussioni sui vicini significativi.
Orbene le resistenze al cambiamento possono venire anche dagli altri significativi che potrebbero sentirsi minacciati a loro volta nelle loro abitudini o nelle loro difese e sicurezze. Sotto il profilo clinico questo motivo è la causa di tanti fallimenti delle psicoterapie in specie di coppia. Per il loro buon esito infatti si suppone l’esistenza di un Io personale sufficientemente solido da potersi sottrarre ai condizionamenti del sistema di relazioni in cui si è immersi.
Umberto Nizzoli